L'associazione culturale Savin è stata costituita "ex novo" nella forma attuale, nel giugno del 2006, anche se la prima costituzione del "Gruppo culturale Savin" che la precedeva risale all'anno 1981. Da allora l'Associazione persegue lo scopo di valorizzare, diffondere e sostenere la cultura sotto svariate forme, promuovendo mostre, incontri, convegni, pubblicazioni, film e dibattiti.


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L'Associazione L'Associazione L'Associazione

L'associazione Savin è un contenitore in assiduo fermento. Il suo punto di vista è spesso quello della montagna Monregalese ove essa opera; di questo sono chiaramente espressione varie iniziative legate al territorio, ma il suo sguardo spazia molto volentieri oltre qualsiasi linea di confine, confrontandosi con temi storici, letterari, di attualità o etnografici di sapore globale.


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Qualche "pillola" per chi frequenta la nostra Valle e sul come raggiungerla. Sono tante le attrattive per chi ama e pratica lo sport, le attività all'aria aperta, il cinema e la buona cucina.

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L'ampia porzione del basso Cuneese che si estende da Mondovì verso sud fino a raggiungere le cime delle Marittime.

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Programmazione Estate 2017

Giovedì 20/07 ore 21.00

Nocedicocco - il Piccolo Drago

 

Sabato 22/07 ore 21.00

Lasciati andare


Pubblicato il 19/07/2017 da Admin

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Sangiacomo di Roburent, piccola cittadina del Cuneese, sorge su un ampio costone immerso nei boschi a 1200 metri di altezza, offrendo una vista meravigliosa sulle valle circostante, trapunta da numerosi centri abitati. Fra questi Sangiacomo é il paese più in alto ma le strade che dal fondovalle, partendo da San Michele Mondovì, salgono verso i suoi mille metri, incontrano Montaldo, Roburent, S.Anna, Corsagliola, Pamparato, Serra.
In tutti questi paesi della Valle si respira la genuina aria della tradizione alpina nei suoi usi, nella sua gastronomia, nelle sue feste.
La montagna sotto ai mille metri é ricoperta da secolari boschi di castagno poi, salendo, la vegetazione é rappresentata dai faggi e dalle conifere ed il tutto, sia in estate che in inverno, conferisce a questo luogo un aspetto veramente affascinante.



In Autostrada
DA GENOVA
Tempo: 01h33 - 01h08 su strade a scorrimento veloce
Distanza: 127km - 106km su strade a scorrimento veloce

  1. Autostrada A-10 Genova/Ventimiglia fino a Savona
  2. Autostrada A-6 Savona/Torino fino a Niella Tanaro
  3. Strada Provinciale fino a Sangiacomo (Tappe: Niella Tanaro, San Michele Mondovì, Torre Mondovì, Roburent, Sangiacomo)

DA IMPERIA
Tempo: 01h36 - 01h07 su strade a scorrimento veloce
Distanza: 138km - 115km su strade a scorrimento veloce

  1. Autostrada A-10 Genova/Ventimiglia fino a Savona
  2. Autostrada A-6 Savona/Torino fino a Niella Tanaro
  3. Strada Provinciale fino a Sangiacomo (Tappe: Niella Tanaro, San Michele Mondovì, Torre Mondovì, Roburent, Sangiacomo)

DA MILANO
Tempo: 02h40 - 02h01 su strade a scorrimento veloce
Distanza: 246km - 219km su strade a scorrimento veloce

  1. Autostrada A-7 Milano/Genova fino a Genova
  2. Autostrada A-10 Genova/Ventimiglia fino a Savona
  3. Autostrada A-6 Savona/Torino fino a Niella Tanaro
  4. Strada Provinciale fino a Sangiacomo (Tappe: Niella Tanaro, San Michele Mondovì, Torre Mondovì, Roburent, Sangiacomo)

DA TORINO
Tempo: 01h19 - 00h40 su strade a scorrimento veloce
Distanza: 104km - 77km su strade a scorrimento veloce
  1. Autostrada A-6 Torino/Savona fino a Niella Tanaro
  2. Strada Provinciale fino a Sangiacomo (Tappe: Niella Tanaro, San Michele Mondovì, Torre Mondovì, Roburent, Sangiacomo)
In Autobus
Autolinea Genova-Sangiacomo
MERLO VIAGGI
(solo periodo invernale ed estivo)
Tel: 0171.689927 - Sito internet: merloviaggi.it

Autolinea Mondovì - Roburent, Sangiacomo, Pamparato, Montaldo
Autolinea RTPiemonte
Tel. 0183 700232 - Fax 0183 700213 - Sito internet: rtpiemonte.it
In Treno
Con capolinea alla stazione di Mondovì
Consulta il sito Trenitalia per gli orari
(servizio di autobus dalla stazione di Mondovì fino a Sangiacomo: Autolinea RTPiemonte)



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Itinerari

L'ampia area che comprende la Valle Casotto, la Valle del Roburentello e la Valle Corsaglia è stata individuata da recenti studi come una delle zone italiane con la maggiore concentrazione di ozono. La nostra montagna, ricca di una lussureggiante vegetazione, è il magico teatro di una rete fittissima di itinerari che si possono compiere immersi in un ambiente decisamente salubre e rigenerante. Alcuni di questi, più noti e frequentati, sono segnalati ed indicati su apposita cartografia, altri sono intuitivi, altri ancora idonei a camminatori esperti ma ciascuno può essere occasione di escursioni e passeggiate indimenticabili.

L'anello dei "Tre Comuni" Questo interessante itinerario lambisce i comuni di Roburent, Pamparato e Montaldo.

Sangiacomo - 1011 m
Serra - 964 m
Assunta - 907 m
Case Verna - 756 m
Bric del Frate - 1064 m
Roburent - 800 m
Montaldo Loc. Canalot - 780 m
Sangiacomo - 1011m
Questo interessante itinerario lambisce i comuni di Roburent, Pamparato e Montaldo. Costeggia il torrente Casotto e s’addentra in un meraviglioso bosco di betulle di fronte al quale si apre il Pian delle Selle, un ampio terrazzo erboso posto alla sommità della montagna. Raggiunge il ponte sul Roburentello il quale conduce ancora in un bosco ma questa volta di castagni. Infine permette di incontrare la dolina di San Salvatore che testimonia insieme alle alture del Savino i fenomeni carsici che interessano quest’area.

Alla Cima Bausetti L'itinerario suggerito permette di raggiungere una vetta delle Alpi Liguri assai panoramica: la Cima Bausetti.
Sangiacomo - 1011m
Croce Cardini - 1237 m
Pra - 1014 m
Cima Robert - 1819 m
Cima Bausetti - 2004 m
Sangiacomo - 1011m
L'itinerario suggerito permette di raggiungere una vetta delle Alpi Liguri assai panoramica: la Cima Bausetti. Benchè superi di soli quattro metri quota 2000, offre un colpo d''occhio ampio specialmente verso la Val Casotto, dal monte Antoroto, al Pizzo d''Ormea ed al Mongioie, le principali montagne di questo settore delle Alpi Liguri. Nei pressi della Cima Robert (1819 m), toccata dal nostro itinerario, restano molto evidenti le tracce di un campo trincerato delle truppe napoleoniche che transitarono di qui durante la campagna d''Italia nel 1796. Profondi solchi sono disposti con precisa geometria intorno al cucuzzolo della Cima Robert fino a chiudersi in cerchi concentrici verso la sommità.
La zona è ancor oggi nota come "L'Accampamento". Nel XVI secolo una strada militare collegava Sangiacomo, l'Alpet e il costone della Cima Robert con la Liguria ed era definita "la via dei cannoni" che verrà parzialmente seguita da questo itinerario che si sviluppa a cavallo delle valli Casotto e Corsaglia in gran parte su sterrate e, nell''ultimo tratto, su un panoramico costone che dal Gias dell''Asino porta alla Cima Robert e successivamente alla Cima Bausetti.
Quest’ultimo tratto è rappresentato da un costone erboso percorso da una traccia che in salita non sempre risulta agevolmente pedalabile. Nessun problema invece per chi cammina. Si tratta quindi di un itinerario abbastanza impegnativo anche per lo sviluppo che è di una cinquantina di chilometri. La fatica sarà comunque ampiamente compensata dalla soddisfazione d''aver compiuto una delle escursioni più interessanti delle Alpi Liguri.

Cardini, Monte Alpet e Staglione Questa passeggiata molto nota presenta alcune particolari varianti che non tutti conoscono.
Croce Cardini - 1220 m
Monte Alpet - 1611 m
Questa passeggiata molto nota presenta alcune particolari varianti che non tutti conoscono. La camminata è altamente soddisfacente per l''ampio panorama che si ammira dalla cima dell’Alpet, aperta a 360 gradi sull’orizzonte.
Partendo dalle prime case dei Cardini (1158 m) si giunge a Croce Cardini (1220 m). Da qui partono per il Monte Alpet due itinerari inizialmente distinti e poi riuniti nel tratto finale, mentre una deviazione su uno degli itinerari porta alle case Staglione. La Prima variante consente di far correre lo sguardo sulle Alpi Liguri, alla costa Ligure, alla pianura ed alla cerchia alpina occidentale fino al massiccio del Monte Rosa, visibile nei giorni di cielo limpido. Bellissimo il colpo d’occhio sulla valle Casotto e sulla conca di Pietrabruna. La Seconda Variante ci porta nei pascoli dell’area di alpeggio detta Lo Staglione. Qui si trovano alcune vecchie stalle costruite con la caratteristica architettura alpina ed un piccolo pilone votivo realizzato negli anni ottanta da un gruppo di appassionati, il Gruppo Amici del Monte Alpet, al quale si devono numerose di queste iniziative, compresa la plancia direzionale collocata sulla punta dell’Alpet. La Terza Variante attraversa il fitto faggeto ad ovest della Croce Cardini (1220 m) toccando gruppi di piccole costruzioni dalla tipica architettura locale, con i caratteristici tetti in paglia o pietra. Giunti al pilone di San Bernardo si arriva in breve tempo in vista della cima dell’Alpet.

Da Sangiacomo a Costacalda Questo percorso rappresenta una lunga e panoramica passeggiata, pressoché pianeggiante, che si svolge su una strada sterrata completamente immersa nella vegetazione.
Sangiacomo - 1011m
Loc.Vernagli - 1092 m
Costacalda - 1135 m
Da Sangiacomo di Roburent (1011 m) poco oltre la chiesa verso sud dalla borgata “Manere” sede di numerose case in pietra inizia la camminata. Incontrando esempi di architettura locale, costruzioni a “tetto racchiuso”, si raggiunge il rifugio Maddalena sovrastante la borgata Vernagli. Stupendo il colpo d’occhio in direzione del versante orientale della Valle Corsaglia, dove si scorgono, tra la fitta vegetazione e le radure pascolive, numerosi insediamenti. Raggiunta Pra e proseguendo tra boschi di faggio prima, e zone prative soleggiate poi, guadando infine piccoli ruscelli, si arriva alla grossa borgata Costacalda facente parte del comune di Roburent, che oggi è parzialmente abbandonata. Il ritorno avviene ripercorrendo a ritroso il percorso.

Da Roburent al Savino, passando per San Bernardo L'itinerario proposto ha inizio oltre la chiesa Parrocchiale di Roburent (800 m) dalla evidente curva della strada provinciale per Serra Pamparato.
Roburent - 800 m
Monte Savino - 1089 m
L'itinerario proposto ha inizio oltre la chiesa Parrocchiale di Roburent (800 m) dalla evidente curva della strada provinciale per Serra Pamparato, dove parte in leggera salita verso sud-est l''antica via sterrata diretta alla citata frazione e termina al monte Savino (1089 m) attraversando il piccolo colle che ospita i resti della cappella di San Bernardo ed il pilone situato a monte delle Case Cattini. La cima, situata a nord-est rispetto al Monte Alpet, sulla dorsale che divide la valle Roburentello dalla valle Casotto, è un ottimo punto panoramico sulle Alpi Liguri e su parte della pianura monregalese ed ha rappresentato la meta abituale per le passeggiate di generazioni di villeggianti. Il rientro verso Roburent può seguire la strada asfaltata fino alle case Montagna dove, all’altezza di un piccolo pilone votivo, si diparte in discesa una carrareccia sterrata che conduce rapidamente verso il paese.

Da Roburent a Montaldo Questo itinerario costituisce una comoda passeggiata fra gli estesi castagneti che rivestono i fianchi della valle Roburentello.
Fraz. Codevilla - 768 m
Montaldo "Fonte Celeste" - 786 m
Questo itinerario costituisce una comoda passeggiata fra gli estesi castagneti che rivestono i fianchi della valle Roburentello. Dalle prime case dell''abitato di Roburent Codevilla, dove si può vedere l’antica cappella della Madonna della Neve la cui facciata è stata recentemente restaurata, si raggiunge il tortuoso rio Roburentello quindi si arriva al Centro Sportivo "il Canalot", situato immediatamente a valle del tratto meridionale di Montaldo, transitando presso una graziosa fontana detta "Fonte Celeste" a 786 m.

L'anello della Navonera Si tratta di un itinerario classico per chi percorre queste valli in mountain bike, con caratteristiche di sicuro interesse, ma può essere una piacevole escursione anche per chi ama camminare.
Roburent - 800 m
Savino - 1089 m
Serra - 964 m
Valcasotto - 966 m
Colle della Navonera - 1419 m
Pra - 1014 m
Sangiacomo - 1011 m
Roburent - 800 m
A Roburent, nel 1987, nacque il Club Mountain Bike che organizzò una delle primissime manifestazioni per la bici da montagna: il "raduno del Monte Savino".
Negli anni successivi si disputarono poi numerose ed importanti gare di livello internazionale ed il luogo si è rivelato, fin dagli inizi, decisamente idoneo alla pratica della mountain bike, presentando una fittissima ragnatela di sentieri, mulattiere e carrarecce che si snodano su pendenze di ogni genere dando così la possibilità al biker, dilettante o provetto che sia, di trovare il percorso più congeniale per ogni esigenza. Il paesaggio passa dai castagneti secolari di Roburent alle foreste di faggio, alle grandi pinete, ai pascoli coperti di rododendri, toccando l'area carsica del Savino, ricca di doline e di grotte; e le pendici dell'Alpet trapuntate da numerose piccole borgate dalla caratteristica struttura architettonica di tetti e forni. Il percorso si svolge in gran parte su carrarecce sterrate, fatta eccezione per i punti in cui si attraversano i centri abitati di Serra, Valcasotto e Sangiacomo; di 2 tratti recentemente asfaltati presso l''altura del Savino e del tratto che porta da Valcasotto fino alla chiesetta di San Lorenzo.
Si parte da Roburent Piazza (800 m), si imbocca subito via San Rocco, in direzione del Savino. Attraverso ampi tornanti, in mezzo a secolari castagni, si arriva fino agli alpeggi del Savino, aperti e luminosi, a 1000 m. di quota poi si scende verso Serra; giunti qui si attraversa la piazza e si prosegue brevemente in direzione Sangiacomo inoltrandosi ancora nei castagneti scendendo poi verso l''antico ponte in pietra sul torrente Casotto. Attraversato il ponte la strada sale verso la provinciale, sul versante opposto della valle e da qui si raggiungerà l''abitato di Valcasotto (966 m) in pochi minuti.
Seguendo le indicazioni Navonera si arriverà all’omonimo rifugio, e via via ci troveremo in vista della Valle Corsaglia, del paese di Pra, dei Vernagli sino ad arrivare a Sangiacomo dopo aver attraversato vari piccoli ruscelli.
L'arrivo a Roburent avviene in borgata Montà e di qui un''ultima rampa porterà al paese ed alla conclusione dell'anello.

Da Pra all'Alpet per la Rocca Rosa L'itinerario segnalato ha inizio dal piazzale della frazione Pra di Roburent (1014 m), dominato dallo svettante campanile della chiesa Parrocchiale in direzione Sangiacomo.
Pra - 1014 m
Case Barberis - 1280 m
Monte Alpet - 1611 m
Casolari e stalle sparse dalla caratteristica architettura montana punteggiano il percorso sin dalla prima tappa: Case Barberis (1280 m). Proseguendo per il Monte Alpet ci troviamo di fronte a vari cambi di vegetazione. I boschi di castagni presenti sino ai 1200 m di quota vengono sostituiti dai boschi di faggi che si alternano ad ampie zone prative ampiamente terrazzate e ancora oltre, da cespugli di rododendro sino ad arrivare alla vetta sormontata da una croce (1611 m). Il panorama, malgrado la modesta quota è vastissimo: spazia dalle maggiori cime delle Alpi Liguri, al massiccio dell'Argentera, alla catena alpina occidentale fino al Monte Rosa, dalla pianura piemontese alle colline delle Langhe.

Da Pra a Cima Baussetti, passando per la Navonera Si tratta di una passeggiata abbastanza lunga ma non molto faticosa, che offre tratti pianeggianti ed ombrosi.
Pra - 1014 m
Colle della Navonera - 1419 m
Punta delle Rocchette - 1531 m
Cima Baussetti - 2004 m
Si tratta di una passeggiata abbastanza lunga ma non molto faticosa, che offre tratti pianeggianti ed ombrosi e, pur toccando alcuni dei punti proposti da un altro itinerario (Sangiacomo-Cima Baussetti) offre molti spunti differenti, sia per il panorama sia per i luoghi che si toccano. Quando si giunge al Colle della Navonera, il proseguimento sino al Monte Bausetti segue poi la displuviale Corsaglia - Casotto mostrando scorci panoramici veramente suggestivi. Giunti alla cima Baussetti (2004 m) il panorama è vastissimo: dalla vetta dell’Antoroto, verso sud-est, alle frasta-gliate Rocce di Pietrabruna, al Pizzo d'Ormea, al Monte Mongioie, al Mondolè, alle più modeste elevazioni del Monte Malanotte e del Monte Moro. Verso nord la cerchia alpina occidentale fa da corona alla pianura piemontese.

Da Pra ai Forni del'Alpet L'itinerario che consente la visita ai forni comunitari dell''Alpet può essere percorso a piedi o, se c'è la neve, con racchette o sci da alpinismo.
Pra - 1014 m L'itinerario che consente la visita ai forni comunitari dell''Alpet può essere percorso a piedi o, se c'è la neve, con racchette o sci da alpinismo. La direttrice principale dell’itinerario è costituita dalla strada che collega Sangiacomo di Roburent con Pra e prosegue per scendere poi attraverso la borgata Costacalda a Bossea. I forni, ubicati in borgate che comunicano viabilmente con l''abitato di Pra, ma non sono collegate fra loro, possono essere visitati compiendo, rispetto al percorso diretto, alcune devia-zioni a raggiera.
Tenendo quindi Pra come punto di riferimento, si può cominciare con la visita al forno delle Case Barberis. Il forno sorge poco a lato di un caratteristico gruppetto di case, su un robusto masso roccioso che affiora dal terreno. Il forno era, fino a poco tempo fa, uno dei più mal conservati ma oggi grazie all’intervento del GAL Mongioie e del Comune di Roburent il forno è stato restaurato e salvato da un sicuro crollo.
Dopo una zona prativa tagliata da una carrareccia, si raggiungono le case Roarin. Già arrivando, dal basso, si vede il bel forno, ancora attivo, a ridosso di una seconda costruzione poco lontana dalle altre case. Proseguendo ancora verso l''alto per qualche centinaio di metri, si incontrano alcune malghe e si giunge infine alla piccola borgata Gorè (indicata come "Gore" sulle carte), disabitata da tempo; sia le case, sia il forno che si trova a valle del piccolo agglomerato, sono in precarie condizioni.
Nella borgata Funde sorge un altro forno, edificato sulla sinistra dell'abitato: anche questo è in ottime condizioni e lo si vede già sopraggiungendo dall'alto. Raggiunte le case Potitta, al confine con il bosco, sorge il forno, caratteristico e di ottima fattura.
Quelli indicati sono sicuramente i forni più significativi e belli da vedere, anche se nella moltitudine di borgate sparse per questo versante dell'Alpet ne sorgono altri che potranno, eventualmente, far parte di un prolungamento dell''escursione da parte di chi è animato da spirito esplorativo. A Pra, merita una visita la piazzetta della frazione racchiusa da un rustico e caratteristico porticato decorato da numerosi affreschi opera di artisti contemporanei.

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Pesca

Le acque pure dei fiumi che attraversano le valli del Monregalese, sono ricche di fauna ittica, ma tra tutti i pesci presenti, che attirano nel periodo prima-vera-autunno un gran numero di sportivi per la pesca in valle, spicca la regina di questi corsi d'acqua: la trota fario. I buongustai apprezzano questo pesce d'acqua dolce per le sue qualità di gusto e tenerezza. Il pesce, dal mantello brillante ed argenteo, col dorso scuro ed i fianchi trapuntati dai noti circolini color rosso vivo, si ditin-gue sulle tavole per la prelibatezza delle sue carni rosee. Preparate al cartoccio, oppure servite in delicati filetti insaporiti dalle erbe, o ancora affumicate, cotte sulla brace, o in carpione le trote fario dei torrenti locali sono molto ricercate.
LA LICENZA DI PESCA
Per esercitare la pesca nelle acque interne della provincia di Cuneo, è necessario munirsi di licenza rilasciata dalla provincia di residenza secondo le norme vigenti nella regione di appartenenza.
Le informazioni sotto indicate sono quindi valide per tutti i residenti in regione Piemonte e per gli stranieri non residenti mentre i pescatori extra-regionali possono esercitare la pesca nelle acque libere (non vincolate da diritti particolari) provinciali semplicemente essendo in regola con le disposizioni vigenti nella regione di appartenenza, ferme restando tutte le altre disposizioni vigenti in materia di pesca nelle acque interne sul territorio regionale piemontese (riportate di seguito in altre pagine web).

Per la Regione Piemonte, quindi naturalmente per la provincia di Cuneo, la licenza è di tre tipi a seconda dei soggetti a cui viene rilasciata ed ai mezzi di pesca con cui viene esercitata:


ESENZIONI: Dal 22 agosto 2009, data di entrata in vigore dell'art. 26 della L.R. 22/09 saranno esentati dal pagamento della Tassa di Concessione Regionale tutti i residenti in regione Piemonte over 65 e under 14. Tutti gli interessati potranno esercitare la pesca semplicemente con un documento di identità al seguito che attesti la loro età anagrafica e, quindi, il diritto all'esenzione.


Il versamento delle tasse sulle licenze può essere effettuato anche tramite:
  • Bonifico Postale
  • Bonifico Bancario
  • Pagamento via Internet
  • Chioschi degli uffici postali
Indicando il seguente codice IBAN:
IT-62-D-07601 - 01000-000093322337
Causale: Tassa Pesca (anno ....... di riferimento)



La Regione Piemonte, Ufficio Pesca, ai pescatori che hanno effettuato il versamento delle tasse e soprattasse regionali pesca 2008, tramite POSTEL (Gruppo Poste Italiana), sta provvedendo ad inviare a domicilio il nuovo bollettino prestampato Pagando con il bollettino premarcato, in caso di smarrimento della ricevuta o del suo deterioramento, sarà possibile, telefonando al numero 011/4324532 ottenere copia della ricevuta del versamento effettuato. Pagando con il bollettino in bianco questo servizio non potrà essere assicurato.


Il permesso temporaneo di pesca giornaliero
La nuova legge regionale sulla pesca consente al pescatore occasionale di pescare con il Permesso Giornaliero di pesca, rilasciato autonomamente dalle singole province piemontesi, valido esclusivamente per un giorno nelle acque della provincia di rilascio.

Per la provincia di Cuneo il permesso giornaliero di pesca ha un costo di € 5,00 e può essere ottenuto nei seguenti modi:

Attenzione! I versamenti delle licenze oppure i permessi giornalieri dovranno essere esibiti agli organi di controllo (Guardie provinciali, Guardie Forestali, Guardie Volontarie ecc) debitamente compilati in ogni loro parte durante l'esercizio della pesca unitamente ad un documento di identità valido. Per ulteriori informazioni l'Ufficio Pesca della Provincia di Cuneo è situato in Via Massimo D'Azeglio 4 a Cuneo (Palazzo della Provincia)
LICENZA DI PESCA F.I.P.S.A.S.
Per quanto riguarda la LICENZA DI PESCA F.I.P.S.A.S. (Federazione Italiana Pesaca Sportiva ed Attività Subacqueee), vi rimandiamo alla pagina dedicata sul sito ufficiale della Regione Piemonte dove troverete tutte le modalità di tesseramento e spiegazioni esaustive sulle acque pescabili.



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Prodotti tipici

Ogni terra si distingue per la varietà delle proposte che sa fare ai suoi ospiti. Le nostre valli hanno saputo conservare nel tempo le tipicità alimentari e le produzioni tipiche che rappresentano una sorta di biglietto da visita del gusto, che viene meritatamente apprezzato. Le aree incontaminate sanno offrire prodotti che nascono in "purezza" e per questo sono ampiamente apprezzati. Castagne, patate, mais, grano saraceno, frutta spontanea, selvaggina, formaggi sono solo esempi di una vasta gamma di proposte per chi ama lì alimentazione sana e base d'eccellenza per produrre una cucina saporita ed originale.

Le patate del Monte Alpet
Quando vennero importate dall'America, certamente non si sospettava che avrebbero riscosso un così grande successo nell'alimentazione del mondo occidentale. Il comune tubero si è adattato, riproducendosi con facilità e ad ogni latitudine e quota; Tuttavia alcuni luoghi hanno generato, nei secoli, patate migliori. Le patate coltivate negli appezzamenti più elevati delle nostre valli sono rinomate da sempre per essere particolarmente saporite, coltivate "more antiquo" dove una terra particolare origina una pasta particolarmente morbida e gustosa.
La patata divenne ingrediente principale della cucina povera, e servì per sfamare generazioni di abitanti della montagna più isolata ed impervia ed oggi, queste stesse ricette, sono ricercate dagli appassionati che ritrovano in esse la genuinità più schietta della cucina locale. Queste patate oggi sono protette da un marchio che ne identifica l'origine e la coltivazione nelle terre alte di Roburent e dei comuni confinanti.

La frutta e la verdura
Quando la sua vocazione era più prettamente agricola, Roburent produceva, oltre alle castagne, molta altra frutta e verdura. Rinomate e commerciate in modo proficuo per molto tempo furono le mele renette di Roburent. Fino al primo dopoguerra si faceva ancora buon commercio di pere, tra le quali le ormai rare Madernassa e Martin. Roburent era nota, poi, per la produzione dell'aglio e di alcune varietà di fagioli che, coltivati a quest'altitudine e con una terra particolare assumevano una gustosità che li distingueva in modo netto.

Il grano saraceno
Il Polygonun Fagopyrum, questo è il nome scientifico del grano saraceno o "furmentin", è una pianta spontanea originaria della Siberia e della Manciuria. La sua coltura si è propagata poi ad oriente, verso la Cina nel decimo secolo e nel Medioevo arrivò anche in occidente. Pare che i Turchi siano stati gli artefici principali nel processo di propagazione di questa pianta, infatti essi l'avrebbero introdotta prima in Grecia e poi nella penisola balcanica. Da questa ipotesi deriverebbe il nome di Grano saraceno, vale a dire grano dei turchi o mori. Un'altra asserzione è quella secondo la quale la diffusione sia avvenuta attraverso l'Asia e l'Europa del Nord ad opera delle migrazioni delle stirpi mongole che dalla Russia meridionale portarono il "furmentin" fino alla Polonia e alla Germania, da dove si sarebbe sparso nel resto d'Europa. Forse un po' di autenticità sta in entrambe le supposizioni, ed anche se oggi è difficile trovare conferme in un senso o nell'altro è probabile che la propagazione del grano saraceno nel mondo occidentale sia avvenuta contemporaneamente sia da nord che da sud.
Questo "furmentin" che oggi conosce nel monregalese una meritata riscoperta, è importante non solo per le sue eccellenti qualità gastronomiche ma anche perché si inserisce a pieno titolo tra i cibi tollerati dai celiaci che non possono alimentarsi coi derivati del grano comune per la loro intolleranza al glutine. Oggi il grano saraceno si coltiva in varie aree del comune di Roburent dove le ampie radure soleggiate tornano a tingersi ogni primavera del rosso brillante del furmentin.
Il grano saraceno sopporta male il freddo, e pertanto esige di essere coltivato nel periodo primavera-estate, spazio di tempo durante cui riesce a svolgere celermente il proprio ciclo biologico. Questo vegetale manifesta un'evidente adattabilità a terreni dotati di reazione acida e, anche se nel nord dell'Europa e del Centro Europa questa pianta compaia come cultura principale, in Italia rappresenta soprattutto una coltura intercalare praticata dopo un cereale autunno-invernale, come per esempio la segale o più raramente, il frumento.

La Polenta Saracena
Tra i ricordi del periodo in cui i mori invasero queste valli è rimasto anche questo alimento molto particolare, coltivato un tempo fino alle alte quote, nei campi terrazzati, per produrne farina e trasformarla quindi in polenta o pane. Il grano saraceno o "furmentin" come viene comunemente definito in queste valli, non è una graminacea ma una poligonacea ed è tollerato anche da coloro che soffrono del morbo celiaco e non possono alimentarsi con i derivati del grano. La più classica delle ricette ricavate da questa farina, che ha un bel colore grigio lucente, è la nota "polenta saracena", un tempo ricetta povera ed oggi ricercatezza dei palati più raffinati; si tratta di una polenta preparata con questa farina di "furmentin" e patate, che viene servita con un delizioso sugo di porri.

I funghi ed i tartufi
Il Porcino è il re dei funghi e lo si riconosce per il cappello tondeggiante che, nella parte superiore assume varie tonalità di marrone, variamente sfumate, mentre in quella inferiore è spugnoso e di colore bianco-giallognolo.
Il gambo varia dal colore beige al grigiastro e non è liscio, ma rivestito da un sottile reticolo dello stesso colore. Il suo profumo è molto gradevole e la polpa è bianca, soda ed estremamente saporita.
Viene cucinato in infinite maniere: trifolato col prezzemolo e l'aglio, per preparare sughi e risotti, fritto, sott'olio o sott'aceto. Seccato è ottimo per essere utilizzato durante l'inverno, specie per la preparazione di sughi; gli abbinamenti più comuni del sugo a base di funghi sono quelli con la polenta, con gli gnocchi e con le tagliatelle.

Il tartufo nero, fratello minore del pregiato tubero bianco che nasce nelle vicine Langhe, offre il suo penetrante aroma a molti piatti nostrani, come i risotti, le tagliatelle ed altri piatti di pasta casareccia.
Gli appassionati "trifolau" lo scovano nei noccioleti della parte più bassa del nostro comune, grazie alla collaborazione ed all'insostituibile fiuto dei cani appositamente addestrati.

Il Formaggio Raschera
Il formaggio Raschera è senza dubbio il più importante tra i formaggi di queste valli. Esso prende il nome dal lago omonimo che si trova alle falde del Mongioie e viene prodotto nell'ambito di una ben definita area che comprende i comuni di Roburent, Pamparato, Frabosa Soprana, Frabosa Sottana ed Ormea e possiede il marchio DOP (Denominazione di origine Protetta) attraverso il quale lo si identifica con certezza.
Esistono due varietà: una preparata col latte di stalla o dei pascoli di pianura ed un'altra sui pascoli di montagna che si può dotare del marchio "Alpeggio".
La sue forme possono essere tonde o quadrate dal peso variabile fra i 6 e gli 8 chili. Questo formaggio deve stagionare per un periodo minimo di due mesi, ma sopporta benissimo stagionature lunghe che donano un bel colore paglierino alla pasta, rassodandola e conferendole un sapore più accentuato.

Noci e nocciole
La nocciola è un altro prodotto agricolo di prestigio che acquisisce sempre più importanza nel nostro territorio. La sua coltivazione è specializzata ed in continua espansione specie nelle Langhe e nel Monferrato.
Nelle nostre zone e nelle viene coltivata quasi esclusivamente la nocciola "Tonda Gentile delle Langhe" i cui frutti hanno qualità molto pregiata. Nel 1993 la TGL ha ottenuto dalla CEE l'Indicazione Geografica Protetta (IGP) con il nome di: "Nocciola Piemonte".
Il nocciolo, Corylus avellana L.,è un'antichissima pianta che vive e fruttifica allo stato selvatico in tutta Europa, in particolare sulle colline e sulle pendici dei monti, lungo sentieri e ruscelli. E' stata utilizzata dall'uomo già alla fine del periodo glaciale, quindi molto prima dell'olivo e della vite.
La nocciola si può consumare fresca appena raccolta, oppure in inverno come frutta secca o torrefatta. Sgusciate o torrefatte intere, in granella o in pasta le nocciole vengono impiegate nella preparazione dei torroni, del cioccolato alle nocciole, dei croccanti, dei gelati, delle torte e dei "gianduiotti" e nella pasticceria in genere ma una delle più tipiche preparazioni locali è la "cùpeta", una mi-scela di nocciole e miele posta tra due ostie. Una variabile di questo dolce vede l'utilizzo delle noci anziche delle nocciole.

Il nocciolo selvatico, che ora è diventato specie invasiva, dava e continua a dare un frutto assolutamente straordinario per gustosità.
Gli alberi selvatici producono nocciole piccole ma numerose ed estremamente saporite che oggi vengono utilizzate, come un tempo, nella preparazione dei dolci. Le Noci locali, frutto che tutti conosciamo, sono oggi molto riva-lutate per il loro utilizzo nella preparazione di dolci. L'albero è presente in grande quantità, non tanto in frutteti densi ma in una sorta di "frutteto diffuso" sparso su ampia parte del nostro territorio.
Le Noci locali sono generalmente più piccole di quelle abitualmente in commercio ma il loro sapore è più intenso e deciso.

I biscotti e i dolci
Le "paste di meliga" le troverete più o meno in tutti i bar della regione, per non parlare delle pasticcerie che quasi non potrebbero conside-rarsi tali senza questi dolcetti gialli, croccanti, profumati e dall'impasto non troppo fine, in quanto la grana della farina di mais si deve sentire sotto i denti. Il Presidio Slow Food ha focalizzato la sua attenzione sulle Paste di Meliga Monregalesi, prevedendo che esse vengano preparate secondo criteri tradizionali: zucchero, burro, uova biologiche fresche, e farina di frumento e di mais integrale macinata a pietra. Niente margarina, né aromi o conservanti. Ma, soprattutto, è stata ricostruita una filiera all'insegna dell'alta qualità: alcuni contadini hanno reintrodotto l'antico Mais "Ottofile" ed è stato riattivato un mulino a pietra per la sua lavorazione.
Le paste di meliga devono essere gialle, croccanti, solubili in bocca, non untuose né dolciastre, con la granella della farina di Mais macinata a pietra avvertibile durante la masticazione.
Nel finale si deve percepire una lieve sensazione di tostatura. In alcuni casi le paste sono aromatizzate, in modo delicato, con scorza di limone, vaniglia o miele.

I nostri paesi sono noti anche per i loro dolci: esistono specialità tradizionali prodotte da sempre, con continuità e rispetto delle tradizioni e sono ottimi prodotti sia perché gli ingredienti di base sono genuini sia perché operano in loco alcuni artigiani veramente capaci. Tra le specialità del territorio non bisogna dimenticare le "bugie" che non possono mancare dall'assaggio di chi passa di qui.

I Vini
Le ultime propaggini alpine hanno prodotto, fin nel '900, uva da vino fino a quote considerevoli. Oggi questa tradizione è ridotta a produzioni molto limitate ma le nostre terre confinano con le Langhe, uno dei territori riconosciuti a livello mondiale per la qualità dei vini prodotti.
Accanto a noi si produce soprattutto Dolcetto ma siamo a due passi dai centri di produzione di Barolo, Barbaresco, Barbera, Moscato, vini di richiamo internazionale.

Salumi
La salumeria cuneese è un presidio economico molto avanzato per l'alta qualità del prodotto che mette sul mercato. La tradizione delle montagne che vedeva l'allevamento in ogni cascina del maiale del quale "non si sprecava nulla" si è tradotta, nei tempi moderni, in una produzione artigianale o industriale che rispetta i canoni della vecchia maniera di produrre salami, salsicce, cotechini.



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I Tesori del Bosco

La rigogliosa vegetazione boschiva delle nostre valli è costituita in modo prevalente da castagneti, pinete e faggete. Insieme a queste essenze, che sono dominanti, si aprono però stupendi boschi di betulla e di ciliegio selvatico ed innumerevoli sono le specie vegetali che completano la silenziosa popolazione vegetale che costituisce le aree forestali. La comunitá europea ha definito questi boschi come S.I.C. (Sito di interesse Comunitario) e li ha sottoposti a particolari tutele. Il bosco è teatro di incontri con una ricca fauna, ma anche spazio per la ricerca dei funghi e dei prelibati frutti selvatici la cui raccolta è possibile ma regolamentata.

I Funghi
Se parlerete di funghi con un amante della cucina di montagna lo sentirete esaltare il sapore degli intingoli e dei piatti che con questo prodotto possono essere preparati e verranno esaltati il profumo dei funghi secchi, il carattere dei funghi crudi e così via. Ma se parlerete con un appassionato "fungaiolo" scoprirete che la sua passione più che nel mangiarli, i funghi, sta nel cercarli.


Le Castagne
L'alto monregalese è, da secoli, terra di pregiate castagne. I catasti più antichi dei nostri comuni montani mettono in rilievo in modo molto evidente il valore che, fin dall'antichitá, ebbe la coltivazione del castagno per le popolazioni valligiane.
Le genti delle fasce medio-montane (fra i settecento ed i mille metri di altitudine) hanno strappato terreno alle foreste di rovere e di altre essenze selvatiche per far posto in maniera sempre più massiccia al castagno fino a saturarle quasi completamente di quest'albero che ha segnato per secoli i tratti di una civiltá.
Da sempre la storia insegna quanto sia grande l'importanza di un prodotto della terra per le genti che la popolano, molte volte può essere determinante per la sopravvivenza di intere popolazioni; così è stato sicuramente nel nostro caso, anche se oggi difficilmente ce ne possiamo capacitare.
Le montagne del monregalese hanno dato, con l'avvento del turismo, una svolta determinate al loro orientamento economico, i paesi si sono trasformati e mentre alcuni sono scomparsi a causa dello spopolamento del dopoguerra, ne sono nati di nuovi in seguito all'insediamento di stazioni sciistiche. In questo turbine di trasformazioni l'economia ha subito dei cambiamenti molto profondi ed anche la coltura del castagno ha perso un po' della sua originaria importanza, mantenendo tuttavia una posizione importante nel contesto delle attivitá agricole che ancora vengono praticate in montagna. Ancora oggi, infatti, molti paesi del monregalese nei mesi autunnali vedono rinnovarsi un' inconsueta animazione.


I boschi si popolano di "castagnao", i seccatoi con le graticole cariche di castagne da essiccare ricominciano a fumare, nelle aie sfavillano i fuochi dove si cuociono le caldarroste ed i trattori ritornano dai boschi carichi di sacchi di juta pieni del prezioso frutto.

Un tempo con l'arrivo dell'autunno la vita sociale dei paesi subiva una svolta ancora più netta; le veglie serali si tenevano direttamente nei boschi, all'interno dei seccatoi , la gente trascorreva le proprie giornate nel bosco e l'alimento principale diventava la castagna, bollita, arrostita o col latte. Nei cortili si improvvisavano balli perché si approfittava dell'arrivo delle "castagnere", ragazze provenienti dalle valli circostanti che facevano "la stagione" a raccogliere le castagne.

L'uomo entrava in simbiosi col castagno, col suo frutto, col bosco, col suo lavoro autunnale. Oggi nei nostri paesi si festeggia la civiltá del castagno con sagre paesane dalla formula semplice; per tutti caldarroste, vino, musica e folclore. Le più antiche castagnate hanno ormai superato i trent'anni e si ripetono ad ogni autunno, mentre per l'occasione i paesi si ripopolano.
Tornano i turisti per un ultimo week end prima dell'inverno ed anche i valligiani si ritrovano attorno ai fuochi a far festa.
Ma la vera protagonista rimane lei, la castagna, che balla tra le fiamme come cento, duecento, cinquecento anni fa, umile ed importantissima.

Le castagne coltivate nelle nostre vallate
La castagna, quella che noi mangiamo e definiamo frutto, botanicamente parlando, è il seme, e più precisamente si tratta di un "achene". Destinato alla nostra tavola è il cotiledone che è avvolto da una fine pellicola la quale, così come la buccia (o pericarpo) deve essere tolta.

Il frutto del castagno è il riccio che comincia a comparire sulle fronde degli alberi a giugno, raggiungendo poi nell'estate la piena maturazione per poi aprirsi all'inizio dell'autunno. A seconda delle annate, che possono portare ad una maturazione più o meno precoce, il riccio può cominciare a schiudersi, aprendo le sue quattro valve e lasciando cadere a terra le castagne, a partire dalla metá di settembre fino ai primi freddi di novembre.

La castagna, in quanto seme, porta alla base la larga cicatrice chiara della ilo, dov'era a contatto col pericarpo ed in alto il ciuffetto che ne caratterizza la forma non è altro che lo stilo, ossia il fiore femminile ormai secco.

Sebbene un'analisi scientifica indichi la composizione di tutte le castagne in circa un 40% di amido ed un 30% di zuccheri, la varietá di gusto tra una specie e l'altra è notevole.

Le castagne delle valli Corsaglia, Roburentello e Casotto sono molto apprezzate dagli intenditori per il loro gusto particolare, sebbene la loro dimensione sia inferiore a quella dei più noti "marroni" che rappresentano sicuramente la varietá più conosciuta e più diffusa.

Quassù si raccolgono queste specie:



Quello che accade oggi, in realtá, è che quasi la totalitá del prodotto viene venduta fresca portando ad un inevitabile deprezzamento di ogni varietá, non sufficientemente valorizzata.

Proprio in virtù delle peculiari caratteristiche di ogni specie, e dell'incontestabile qualitá del gusto, valutando anche il fatto che le castagne di queste valli sono un prodotto assolutamente naturale e coltivato in modo biologico, si viaggia oggi verso una loro maggiore valorizzazione.



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Viaggio nella natura

La Flora
I nostri boschi conservano degnamente la loro tradizione di antica foresta.
Il territorio è ancora per la maggior parte ricoperto da fitta vegetazione, le sue parti più alte sono grandi ed estesi alpeggi, le zone basse sono campi, frutteti, orti.


La vegetazione è dominata da due principali essenze: il castagno ed il faggio; la prima ad un'altitudine che varia fra i cinquecento ed i mille metri s.l.m., la seconda tra i mille ed i millesettecento; girando per i boschi è facile incontrare alberi che sarebbero l'orgoglio di molti parchi; si trovano castagni secolari, con rugose cortecce e dai grandi tronchi che a volte raggiungono vari metri di diametro. I faggi, invece, quando nascono nelle zone ventose crescono tortuosi e ruvidi coi rami che si protendono come bandiere sbattute dall'aria, mentre quelli che nascono nelle aree più riparate salgono ritti, con i tronchi possenti e levigati e le cortecce grigio cenere. Insieme a queste due specie vegetali dominanti, moltissime altre varietà vegetali compongono le aree forestali; dal tiglio all'ontano, dal salice alla betulla agli abeti, ai larici, al nocciolo. Moltissime sono poi le varietà di fiori e di erbe: qualcuno ha definito questi luoghi come "un immenso giardino botanico", tanta è la varietà che vi si trova. Tutto conferma questa affermazione: dalle anemoni alle fritillarie, dai rari martagoni alle pulsatille, dalle orchidee alle immense distese ricoperte dai rododendri. Centinaia di specie nascono e vegetano all'interno dei nostri boschi, sulle sue aree pianeggianti e nelle aree montane dove, insieme alla grande varietà dei fiori più comuni, si incontrano anche alcuni rari endemismi.

La Fauna
Che dire poi delle specie animali che vivono libere in queste valli; le ampie aree boschive, le radure, i corsi d'acqua, la varietà delle altitudini rende estremamente idoneo questo territorio per accogliere le più svariate specie di fauna selvatica.

Gli animali più importanti, se vogliamo dare alla mole un valore prioritario, sono certamente i cinghiali che popolano numerosi le macchie più folte. Esistono poi i caprioli, i camosci, le marmotte, le volpi, le lepri. Tutta la gamma dei mustelidi popola i nostri boschi: il tasso, la donnola, la faina, la martora, senza dimenticare poi scoiattoli, ghiri e ricci. Tra gli uccelli ricordiamo l'airone, che pesca paziente sulle acque dei torrenti, le poiane, il gheppio, il falco, che sono tra i rapaci più diffusi. Ci sono poi i gufi, gli allocchi, la civetta, il cuculo, i fagiani. Infinita la quantità degli uccelli di piccola taglia, dalle cinciallegre, al pigliamosche, dal codirosso al fringuello, dal merlo alla capinera, dallo scricciolo al picchio, dalla gazza alla ghiandaia, dal corvo alla taccola, e così via. Non mancano poi i rettili, tra i quali ricordiamo certamente la vipera, timida abitatrice delle pietraie, il biacco, il colubro ferro di cavallo, la biscia dal collare, i ramarri, le lucertole, l'orbettino. Stagni ed aree umide sono popolate dagli anfibi: rane, rospi e salamandre sono tra i più comuni, mentre i torrenti alpini sono dominio di trote fario ed iridee.

Il Sambuco
Il suo aspetto è quello di un arbusto cespuglioso i cui molti tronchi si dipartono dal terreno anche se non è raro incontrarlo sotto forma di alberello che difficilmente supera i 6 - 8 metri d'altezza.
In realtà si comporta più come un’erba invasiva che come albero, crescendo molto velocemente su terreni anche difficili se non addirittura su calcinacci e fessure nel cemento, abbonda nei terreni umidi e particolarmente in prossimità delle case. La sua corteccia, bruna e suberosa, protegge un legno morbidissimo e un midollo spugnoso. Le foglie pennate sono composte sambuco.jpggeneralmente da 2 o 3 paia di foglioline che variano per forma e per dentellatura. I suoi fiori, generalmente bianchi, non superano i 5 mm di diametro, ma formano abbondanti e vistosi corimbi appiattiti, larghi mediamente 20 cm, dal forte odore sgradevole per alcuni e corroborante per altri che diffonde in maggio e giugno: alcuni piccoli mammiferi e i roditori trovarono riparo tra le sue radici costruendovi le loro tane sfruttando a scopo difensivo questa sua caratteristica. I frutti sono bacche succose di colore nerastro, raccolte in infruttescenze pendule; maturano in agosto e settembre e sono particolarmente apprezzate dagli uccelli, che ne fanno incetta e in questo modo ne disperdono i semi, permettendone così la ricrescita. Al sambuco nero corrisponde alle quote più elevate quello rosso altrimenti detto a grappoli (sambucus racemosa) i cui frutti sono rosso scarlatto.
Già le popolazioni neolitiche raccoglievano i suoi frutti che, ricchi di vitamina C sono tuttora utilizzati nella preparazione di succhi e marmellate. Inoltre forniva coloranti naturali verdi, viola e neri utilizzati nella tintura dei tessuti e dalle foglie fermentate si ricavavano insetticidi. Nella fitoterapia è una pianta importante nella preparazione di tisane diuretiche e lassative, anche gradevoli come semplici dissetanti. L’antica farmacopea lo prescriveva per sciacqui e gargarismi nelle infiammazioni della bocca e dei denti. Sulla pelle i fiori secchi hanno proprietà emollienti, mentre sono irritanti allo stato fresco. Era anche utilizzato nella preparazione di un’acquavite un poco aspra ma comunque piacevole. Il suo nome deriva da un’antico strumento musicale a corde, chiamato sambuca. Dai suoi rami, facilmente svuotabili del midollo, si ricavavano cerbottane, fischietti e flauti. Il flauto magico di tante leggende era fatto di tale legno.
I Greci sfruttavano fiori e frutti come farmaci e nella cultura latina venivano piantati in prossimità delle case contadine perché si riteneva giocassero un ruolo protettivo verso le cose e le persone. Nella tradizione cristiana, credendo che solo le piante benedette avessero proprietà curative, il sambuco veniva raccolto la vigilia di San Giovanni e lasciato esposto tutta la notte affinché il Santo passando lo benedicesse.
Umberta Riboldi

Il Frassino
Il frassino è un alberello di media grandezza, che può anche superare i 30 metri, anche se normalmente non va altro i 10, comunissimo in Italia e nel resto d'Europa. Cresce fin verso i 1700 metri d’altezza e spesso si confonde in mezzo ai boschi.
frassino.jpgPoco appariscente, difficilmente si direbbe che appartenga alle Oleaceae, la stessa famiglia che comprende olivo, lillà e ligustro. E’ difficile immaginare l’importanza che ha avuto quest’albero schivo nella vita del montanaro: il suo legno duro ma resistente ed elastico è servito nella fabbricazione di strumenti di estrema importanza. Per esempio, se avete occasione di vedere vecchi sci potrete facilmente osservare come fossero fabbricati utilizzando il suo legno. Le sue radici, molto sviluppate, lo hanno reso utilissimo nei rimboschimenti dei terreni franosi. I montanari sapevano che, messe dentro le scarpe, le sue foglie facevano stancare meno i piedi nelle lunghe transumanze.
E che lo spirito di frassino, ottenuto macerando i semi nella grappa per tre settimane al sole, assieme alle bacche di ginepro e alle foglie di menta e di melissa, serviva a lenire i dolori articolari. Dal più noto orniello viene ricavato, tramite incisioni sulla corteccia un liquido zuccherino che, ha contatto con l’aria, rapprende diventando la nota manna di frassino, utilizzata come lassativo naturale nell’erboristeria. Ma è utilizzato anche per le qualità astringenti che possiede il suo infuso, che ferma la dissenteria e fa calare la febbre, e come antiemorragico: la sua corteccia appena levata dal tronco e appoggiata sulla ferita disinfetta e cicatrizza.
Un’antica usanza consigliava di lasciare una notte l’acqua raccolta in un bicchiere di frassino e di berla al mattino, per purificare il sangue. Le proprietà terapeutiche erano già conosciute da Ippocrate, guarda caso, che lo consigliava anche per la gotta, i reumatismi e le artriti, mentre la medicina medioevale lo utilizzava principalmente come diuretico e lassativo: purificava il sangue di fegato e milza, in quanto i suoi principi attivi stimolano il funzionamento dei reni.
Nella mitologia greca, romana e nordica ha avuto un ruolo cruciale: avo del primo uomo che conobbe l’uso del fuoco, le sue ninfe erano quelle invocate per chiedere la pioggia, ha generato, insieme all’olmo l’umanità. E in Scozia la sua linfa era fatta bere ai neonati e le sue fronde erano appese sopra le culle. In Svezia invece era un’entità femminile, guardiana delle fattorie e degli armenti. E’ inoltre un segno dell’oroscopo celtico e un simbolo araldico.
Umberta Riboldi

Il Bucaneve
È una piantina molto attraente e che, fiorendo quando non vi è ancora abbondanza di altri fiori, in molte culture è considerato latore di buone notizie.
Il galanthus, dal greco gala, cioè latte, e anthos, fiore, vale a dire fiore color del latte,è comunemente conosciuto come bucaneve a causa della precoce fioritura, che spesso avviene quando la neve non è ancora scomparsa del tutto. E’ una pianta bulbosa, alta al massimo 30 cm, con due foglie lunghe e strette, di colore verde azzurro. Lo stelo porta un solo fiore pendulo, formato da tre tépali esterni bianchi, che racchiudono tre tépali interni molto più corti e con l’estremità verde. Cresce nei pascoli alpini e nei boschi della zona montana, spesso sino ai 1600 m d’altezza.
bucaneve.jpgUna leggenda tramanda che Eva, cacciata dal Paradiso Terrestre con il suo compagno Adamo, si trovò ad affrontare per la prima volta il duro inverno. Un angelo, impietositosi, contravvenne al divieto divino e gettò una manciata di cristalli di ghiaccio che si trasformarono in fiori, i bucaneve. Da qui il loro valore simbolico di speranza, forza e rinascita dalle avversità.
Se desiderate coltivarli nel vostro giardino, posizionateli in mezzo al verde del prato, sui pendii, al piede dei cespugli e lasciateli crescere come fiori spontanei. Le foglie spesso compaiono dopo il fiore: recidetele solo dopo che siano maturate e ingiallite. Potete riprodurli dividendo i bulbi durante l’estate, quando la pianta è in quello che si chiama periodo vegetativo, e ripiantarli immediatamente oppure all’inizio di ottobre: possono poi essere lasciati a dimora anche per alcuni anni. Potete anche tentare con la semina all’aperto non appena i semi sono maturi, ma dovrete attendere per quasi tre anni prima di vedere il risultato del vostro lavoro.
Il Galanthus nivalis L. è il comune bucaneve dai fiori bianchi: ad una prima occhiata può essere confuso con il Leucojum vernum, comunemente conosciuto come campanellino, che però ha sei tépali bianchi a punta verde tutti uguali, che è relativamente frequente nei prati di tutto il Piemonte.
Umberta Riboldi

Il Nocciolo
È un arbusto alto dai 3 ai 5 metri, caratterizzato da una fitta massa di lunghi rami più o meno arcuati che partono dal suolo.
Se non viene potato periodicamente è in grado comunque di formare un tronco e di raggiungere anche gli 8 – 10 metri d’altezza.
nocciolo.jpgE’ ampiamente diffuso in tutta Europa ad eccezione della Scandinavia; in Italia è comune tanto in pianura che in montagna dove forma un caratteristico strato di arbusti nei querceti, solitamente in luoghi molto assolati. Dopo la Turchia l’Italia è uno dei maggiori produttori al mondo di nocciole, nelle diverse varietà che hanno larga diffusione tanto nel consumo diretto che nell’industria dolciaria. Le colture più intense sono in Campania, Sicilia, Lazio e Piemonte. Il suo legno, se ben seccato, è un ottimo combustibile. Il ramo biforcuto che nella tradizione viene utilizzato dal rabdomante per cercare acqua è di nocciolo. Le nocciole costituiscono parte importante nell’alimentazione di scoiattoli, moscardini e altri piccoli selvatici.
Le foglie sono tondeggianti, dalla punta allungata e dai margini dentellati e dalla superficie vellutata. Gli amenti, cioè le infiorescenze maschili, sono grigio -giallastre e si sviluppano in estate per poi rimanere in quiescenza sino al febbraio successivo, quando le loro scaglie si aprono, lasciando apparire gli stami con la spolveratura di un polline giallo che si disperderà al vento. I fiori femminili ricordano dei germogli, circondati da un ciuffetto color granato. In autunno, le nocciole cresciute a gruppi di 2/4 sono raccolte in una cupola di brattee fogliose, da dove il nome latino corylus, a sua volta dal greco kóris, che significa casco e allude alla forma della brattea stessa che ricorda appunto un casco o un berretto.
Nell’antica Roma il nocciolo era considerato simbolo di fecondità e generazione. Nella tradizione cristiana la nocciola è un attributo della Beata Vergine e porta con sé un valore salvifico: un’antica leggenda del primo Cristianesimo narra che Maria, lasciato il piccolo Gesù addormentato, si recò a cercare dei frutti, quando una vipera, disturbata dalla donna, si mise ad inseguirla. Maria trovò rifugio in un cespuglio di nocciolo e vi rimase finchè l’animale non si quietò e rientrò nella sua tana. Tornata a casa sana e salva, promise che da quel momento in poi il nocciolo sarebbe stato scudo e difesa da tutto ciò che striscia per terra, in particolare dalle serpi.
Tale credenza era così sentita al punto che molte opere del Rinascimento italiano raffigurano spesso questo frutto; emblematica la Madonna Lochis di Carlo Crivelli, dipinta intorno al 1480 e conservata presso l’Accademia Carrara di Bergamo, dove una Madonna col Bambino è circondata da una moltitudine di frutti e fiori tra i quali, appunto, le nocciole.
Umberta Riboldi

L'Abete Rosso
Originario dell'Europa centrale ed orientale, nonché dell'Asia dell'est, è questo il vero albero di Natale.
abete_rosso.jpgPuò raggiungere i 40 o 50 metri d’altezza, molto longevo. La sua chioma è molto regolare e di forma conica con punta acuta, rami più o meno allo stesso livello, spesso rivolti verso l’alto all’estremità. I rigidi e acuti aghi, lunghi un paio di centimetri, sono verdi chiari appena nati, per diventare presto di un verde molto scuro; giacciono mezzo appiattiti contro il ramo che, ad eccezione di una piccola zona prossima alla base, ricoprono interamente. Quando cadono lasciano un caratteristico picciolo. La corteccia ha una sfumatura rossastra ed è rugosa e sottile, piuttosto screpolata. Le pigne, lunghe spesso oltre i venti centimetri, sono cilindriche e riverse sempre verso il basso. Maturano in ottobre disperdendo i loro semi alati, per poi cadere al suolo in seguito nella stagione fredda. Predilige terreni acidi, ma sopravvive quasi ovunque, temendo solo l’eccessiva siccità e, a causa dell’apparato radicale superficiale, il vento molto forte. I fiori maschili sono gialli raggruppati all’estremità dei rami della stagione precedente; quelli femminili, piuttosto rossastri, sono nella parte superiore della chioma.
L’accorciarsi delle giornate, il freddo, la scarsezza del cibo e il sole sempre più basso sull’orizzonte, rappresentavano per i nostri antenati un qualcosa di misterioso e di spaventoso. Il giorno dell’anno in cui dì e notte si equivalevano e il sole tornava a prolungarsi nel cielo era vissuto come un momento di gioia e festeggiato addobbando di doni rituali al dio Sole una betulla. Da due millenni festeggiamo il Natale quattro giorni dopo il solstizio d’inverno, addobbiamo anziché una betulla l’abete, ricordo di quando agli albori del cristianesimo in Europa si usava appendere sulle porte di casa un ramo di pino sempreverde a ricordare la promessa della vita che resiste anche nei momenti più duri e che comunque trova sempre una strada, addobbandolo di noci, nocciole, mele e quant’altro lo rendesse più allegro e portatore di buon augurio e futuro benessere. E infatti l’abete porta con sé una serie di sostanze naturali che l’uomo ha imparato ad usare e che ancora oggi, malgrado l’uso di sostanze sintetiche che possono facilmente sostituirle sono correntemente utilizzate.
La corteccia, oltre ad essere utilizzata ancora nella paciamatura di giardini e frutteti, è ricca di tannini che sono stati ampiamente impiegati nella concia dei pellami. Ampiamente usata in vari modi l’essenza chiamata trementina, impiegata come solvente, ma che la farmacopea medioevale non disdegnava di prescrivere, fortunatamente solo per uso esterno, sottoforma di cataplasmi, chiamandola giustamente “aqua ardens”. La resina era indicata contro reumatismi vari, la sciatica e contro i parassiti intestinali. Senza dimenticare i benefici che si ricavavano nelle bronchiti, nelle polmoniti e in generale nelle affezioni delle prime vie aeree. Ancora nell’Ottocento molti medici la prescrivevano per lenire i sintomi della tubercolosi. Lavorata con la cera d’api, diventava un toccasana universale.
Per quanto nell’immaginario collettivo sia un’essenza strettamente legata all’ambiente alpino, presso gli antichi Greci era sacra a Poseidone, il dio del mare. Forse perché i suoi fusti, alti e dritti, erano ideali nella costruzione delle alberature delle navi.
Ancora trova uso nella fabbricazione di strumenti musicali e di mobili di pregio
Umberta Riboldi

La Betulla
Al di sotto delle faggete, l'orizzonte vegetale è caratterizzato da varie essenze arboree che spesso si manifestano non come nuclei diffusi, bensì con gruppi isolati intercalanti con altri.
Questo è dovuto al progressivo abbandono della montagna, e alla conseguente mancata cura che favoriva il rimboschimento a castagno; si ha perciò il ritorno di quelle essenze che originariamente popolavano questi areali.betulla.jpg
Fra queste, è abbastanza frequente incontrare nei nostri boschi la betulla.
Malgrado l’aspetto apparentemente delicato, è uno degli alberi più resistenti, in grado di attecchire anche su fondi detritici quando non addirittura sabbiosi. Le foglie, triangolari, a forma di cuneo alla base, sono alterne e con margine dentato. La medesima pianta porta tanto i fiori maschili che quelli femminili; la schiusa di questi avviene in primavera. Rimangono poi sull’albero sino all’inverno successivo, quando si frammentano in piccoli semi alati, che il vento disperde.
Il portamento colonnare ampio, che puo raggiungere i 18 / 25 mt. di altezza, i rami sottili e penduli, la corteccia bianco – argentea la rendono estremamente riconoscibile; le piacevoli colorazioni stagionali assunte dal fogliame, verde chiaro in primavera e giallo oro in autunno la caratterizzano particolarmente per un uso ornamentale, in abbinamento con faggi, quercie, aceri e, solo in montagna, con le conifere. Trova largo impiego ai fini di rimboschimento in collina e montagna, e come barriera frangivento; il suo legno, duro e forte ma piccolo e scarsamente durevole una volta tagliato, viene usato come combustibile e per preparare piccoli oggetti al tornio.
Umberta Riboldi

L'Edera
Alla già ricordata mancata cura dei boschi può essere ascritto anche il ritorno, in maniera quasi infestante, dell'edera.
edera.jpgPianta legnosa sempreverde e rampicante, talvolta si sviluppa in piano soffocando le altre essenze erbose, formando vasti tappeti poiché, malgrado la tendenza ad avvilupparsi alla corteccia degli alberi grazie a radichette avventizie che si sviluppano lungo i fusti, quella dell’innalzarsi non è una necessità vitale per la pianta. Comunque, solo quando raggiunge la luce dei livelli più alti del bosco può fiorire. I rami fioriti ramificano in ogni direzione, con foglie di grosse dimensioni, ovali e con apice appuntito; quelli privi di fiori le foglie sono disposte sue lati, piuttosto piccole e con tre lobi triangolari.
I fiori sviluppano in autunno, nascosti nel folto, verdognoli e in infiorescenze sferiche. I frutti sono costituiti da bacche rotonde e restano verdi per l’inverno, maturando solo nell’anno seguente, quando assumono una colorazione nera intensa. E’ una pianta piuttosto longeva e di lentissimo accrescimento. In ambito domestico trova utilizzo ai fini di decorazione di muri perimetrali e recinzioni. All’ombra delle sue foglie trovarono riparo uccelli e piccoli mammiferi.
Umberta Riboldi

Agrifoglio e Pungitopo
Il significato beneaugurale dell'agrifoglio che usiamo scambiarci in occasione delle festività è noto a tutti, ma la pianta è spesso ignota, il più delle volte viene confusa con il pungitopo.
agrifoglio.jpgIl suo nome volgare, così come quello scientifico Ilex aquifolium L. deriva da due caratteristiche salienti della pianta: “aquifolium” sta per “dalle foglie acute” e “ilex” dal leccio, una sorta di quercia mediterranea a foglie sempreverdi che hanno la peculiarità di essere spinose e leggermente lobate, come quelle dell’agrifoglio. Il suo areale di distribuzione si estende dall''Europa meridionale e occidentale sino alla Germania, all’Asia minore e all’Africa mediterranea; normalmente lo troviamo associato alle faggete che coprono l’orizzonte montano tra gli 800 e i 1500 metri d’altitudine e, dove queste diradano, spesso insieme ad altre essenze forestali che necessitano di una maggior quantità di luce come l’ormai raro Tasso (Taxus Baccata), il caprifoglio peloso (Lonicera xylostemum), il maggiociondolo alpino (Laburnum alpinum) e l’acero dei monti (Acer pleudoplatanus). pungitopo.jpg
E’ una pianta sempreverde che può manifestarsi tanto sotto forma di arbusto di pochi metri che di albero che può raggiungere i 20 metri di altezza; le foglie ellittiche e coriacee con spine aguzze sono verde scuro e lucide; talvolta sui rami più alti sono appiattite e prive di spine. E’ dato trovare esemplari interamente privi di spine. Solo la pianta femminile porta i caratteristici frutti rossi che contengono da due a quattro semi, velenosi per l’uomo. I fiori dell’agrifoglio, che compaiono in primavera, sono piccoli e raccolti in infiorescenze all’attaccatura delle foglie. Quelli maschili hanno la corolla bianca, quelli femminili orlata di rosso. Il legno, bianco, duro ed omogeneo può essere perfettamente colorato in nero e viene utilizzato in ebanisteria e per tutti i lavori al tornio; inoltre i ramoscelli, molto flessibili, servono per i manici di svariati utensili. Dalla corteccia viene estratta la “pania”, una materia viscosa e tenace che, spalmata sui tronchi e sui rami degli alberi, serve a catturare gli insetti. Il rizoma, vale a dire una sorta di fusto orizzontale simile ad una radice, possiede qualità diuretiche e fa parte delle radici dette aperitive.
Ha un lento accrescimento, ma la sua longevità e il suo pregio estetico lo rendono particolarmente sfruttato ai fini ornamentali; questo fatto unito alla raccolta spregiudicata dei rami con i frutti utilizzati per le composizioni natalizie ne hanno provocato una forte diminuzione su tutto il territorio nazionale. Viene spesso chiamato “pungitopo maggiore” distinguendolo così dal vero pungitopo, cioè il “Ruscus aculeatus L.”, una piccola pianta, alta dai 30 agli 80 cm, del sottobosco delle leccete; questa è caratterizzata da un robusto rizoma, sotterranea o superficiale, da cui diramano i fusti verdi con rami detti “cladodi” che sembrano foglie. Su questi rami piatti e pungenti che come le foglie svolgono la funzione clorofilliana, spuntano i fiori e le bacche rosse, come nell’agrifoglio. Le somiglianze fisiche e il comune utilizzo che ne è stato fatto, cioé quello di allontanare i topi da insaccati e carni affumicate, giustificano la confusione che si fa sui nomi.
Umberta Riboldi



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Sangiacomo

Stazione di turismo estivo ed invernale
Il nome del paese deriva dalla devozione verso San Giacomo Apostolo in onore del quale fu eretto, in tempi remoti, un pilone votivo nel luogo dove ora sorge la bella chiesa barocca disegnata dall'architetto Francesco Gallo.
Il piccolo borgo alpino, situato sull'ampio costone soleggiato, era luogo dove si praticava la pastorizia, così come suggerisce il suo antico nome "Pianfej" che, nel dialetto arcaico indicava il "piano delle pecore".


Alla fine degli anni cinquanta iniziò poi, per la graziosa frazione di Roburent, un impetuoso momento di sviluppo: nacquero i primi alberghi, le prime sciovie ed iniziò il decollo della stazione turistica che oggi è affermato centro di vacanza invernale ed estiva. Il paese sorge a 1011 m di altitudine ed alle sue spalle si elevano il Colmè (1297 m) e l'Alpet (1611 m), le montagne sulle quali si sviluppa il suo esteso dominio sciabile.
Dal terrazzo naturale sul quale sorge Sangiacomo si gode di uno stupendo panorama verso la pianura e verso le Alpi Marittime.


Qui la natura è stata prodiga perché offre panorami e curiosité veramente straordinari, l'organizzazione turistica contribuisce a completare il quadro mediante la pianificazione di innumerevoli manifestazioni di attrazione sportiva, culturale, artistica, alcune anche di riconosciuto respiro internazionale.
La stazione sciistica, si estende su due monti, per un totale di 35 km di piste, di cui 5 con innevamento programmato, servite da 6 skilift, 2 seggiovie e un tapis roulant.

Il successo di Sangiacomo e' garantito dai 52 esercizi e negozi aperti tutto l'anno, i 3 alberghi, 1 camping, 11 ristoranti, 9 bar e poi negozi di alimentari e di ogni altro genere. Sono presenti inoltre un ambulatorio medico, una farmacia e una banca.



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Roburent

Una tradizione di turismo
Roburent é situato ad 800 metri di altitudine, sul largo costone che digrada sulla destra orografica del torrente Roburentello, nell'area situata a cavallo tra le Valli Corsaglia e Casotto.

Il Comune, oltre al capoluogo, comprende le frazioni di Cardini, Pra e Sangiacomo.
Il paese, andatosi lentamente spopolando nell'ultimo secolo, ha tuttavia trovato le risorse necessarie per mantenersi vivo, grazie ad una fiorente attività turistica, presente soprattutto a Sangiacomo, popolosa frazione a quattro chilometri dal capoluogo. Il luogo, abitato probabilmente già in epoca pre-romana dai Liguri Montani, fu nel periodo romano un punto di passaggio, trovandosi in prossimità della strada Sonia o Savinia, importante via di comunicazione che univa le valli del monregalese al mare, passando per Garessio.

roburent-torre-medievale.gifNegli anni dal 900 al 975 la sua popolazione pare abbia subito, come tutti gli insediamenti circostanti, i danni causati dalle incursioni dei Saraceni, anche se la torre, detta "Saracena" che sorge nel centro del paese, risale invece ad un periodo più tardo, ascrivibile agli anni attorno al mille. Subì in maniera minore di Montaldo le devastazioni della Guerra del sale, anche se la frazione Pra fu incendiata e distrutta in buona parte. Fu poi interessata da qualche scaramuccia durante la guerra franco-piemontese del 1794; in particolare le milizie locali, guidate dall'agrimesore Galleani, costruirono un campo trincerato sul Monte Savino mentre alle truppe francesi si deve quel che rimane del grande "Accampamento" costruito all'alpe Robert.
In Roburent e'' interessante da visitare la chiesa parrocchiale edificata su progetto dell''architetto Francesco Gallo, così come sarà interessante vedere la torre medievale. Numerose sono anche le cappelle disseminate ovunque, nel paese ed attorno ad esso. Alcune interessanti pietre scolpite sono visibili, inoltre, alla borgata Cascina (1555) in Codevilla ed alla borgata Garie' (1422).
Roburent é un paese "lungo" , che si é sviluppato seguendo la direttrice che collega i due principali rioni che lo compongono: Codevilla, più in basso e Piazza, più in alto. Sono molte altre, però, le borgate ed i rioni; S.Antonio, Roa' dei Mozzi, Roà dei Savi, Roà dei Garie', Lo Scarrone, la Montà.

Alcune delle borgate più distanti dal capoluogo che un tempo erano piccoli villaggi alpini si sono poi sviluppati fino a superare il capoluogo, come estensione e come importanza economica. Molte ipotesi sono state fatte sull''origine del nome "Roburent" ; qualcuno vorrebbe farlo derivare dal latino "robur", altri sostengono la improbabile derivazione dalla remota presenza di boschi di quercia "quercus robur", ma l'ipotesi più attendibile e' quella che il nome nasca come riferimento alla rumorosità delle acque del torrente che solca la stretta valle in prossimità dell'abitato. Questa ipotesi sarebbe avvalorata da un documento notarile dell'anno 1118 con il quale Landolfo, vescovo di Asti, concede il territorio roburentese agli uomini di Vico, documento sottoscritto anche da un certo Furcheridus de Rivo Bruzenti. Altri documenti testimoniano la lenta evoluzione del nome in Rivuo Bruzenti, Rivuobrugente, Rivobruzzente , Rioburente e, infine, in Roburent. Sangiacomo, anticamente, portava il nome di Pianfej, solo dopo la costruzione della Parrocchiale, avvenuta nel 1735, intitolata appunto a questo santo, la borgata ne assunse il nome.

robupiazza.gifLa più antica testimonianza di insediamenti umani in questi territori é quella ipotizzata dall'archeologo alessandrino Janigro D'Acquino il quale documentò, in una relazione sui megaliti del Monregalese, il ritrovamento di alcuni altari di pietra sull'Alpe Robert, all'estremo confine sud del territorio comunale di Roburent. L'ipotesi dello studioso alessandrino é che queste zone montuose fossero abitate da popolazioni preistoriche dedite alla pastorizia, adoratrici del sole e del tuono, molto simili alle comunità preistoriche che popolavano la vicina "Valle delle Meraviglie". Del passaggio e dell'esistenza di popolazioni Ingaune e di Liguri Montani durante l'epoca romana, si hanno testimonianze più ampie. Una stele funeraria di quel periodo venne ritrovata presso il monte Savino, alle spalle di Roburent, area importante per il transito dalle pianure verso la costa ligure, garantito dalla antica via Sonia o Savinia che collegava Augusta Bagiennorum con Albenga. Con una certa precisione si possono poi ricostruire i fatti che seguono l'anno mille. A Roburent viene costruito un castello, di cui rimane intatto il torrione di guardia e parte del muro e, seguendo le alterne vicende che la storia di quei secoli ci ha tramandato, anche questo comune passò di mano in mano più volte.

Nel 1153 il feudo fu del vescovo di Asti. Mondovì ne contese il possesso agli astigiani più volte per la ricchezza dei boschi . Infine, dal 1419, il Comune, castello compreso, passarono ai Savoia i quali ne detennero la proprietà molto a lungo. Molti altri avvenimento caratterizzarono le vicende di questa piccola comunità, che venne coinvolta intorno al 1600 nella nota "Guerra del Sale".

Altri episodi degni di nota risalgono al periodo napoleonico, quando si assistette in zona ad una forte resistenza contro le truppe francesi. Di quel periodo rimane, in Sangiacomo, un ricordo legato alla toponomastica; la strada campestre che collega l'abitato con il Monte Alpet proseguendo poi per l'Alpe Robert, porta ancora il nome di "Via dei Cannoni" a memoria della nefasta processione di armamenti che avvenne in queste contrade durante l'invasione napoleonica.

Tuttavia é necessario individuare questa valle, perché possiede un territorio con importanti tratti naturalistici ed ambientali e, in secondo luogo, perché essa costituisce un naturale accesso alla Valle Casotto, lungo la quale si sviluppano splendidi itinerari.


Cardini (frazione di Roburent)
Poco lontano da Sangiacomo sono i Cardini (1158 m), la più alta borgata di Roburent, affondata nel fitto della vegetazione, dove sorge la piccola chiesetta dedicata a San Matteo. Qui sorge un albergo di lunga tradizione, recentemente ammodernato e di qui partono le sciovie che portano sulla cima dell'Alpet.


Prà (frazione di Roburent)
Prà, frazione di Roburent, sorge ad un'altitudine di 1014 m, sull'ampio versante del Monte Alpet che scende verso la valle Corsaglia a formarne la destra orografica. Attorno alla chiesa si raccoglie il più cospicuo gruppo di case, ma numerose borgate sorgono sparse nei dintorni e molte, fra esse, possiedono una struttura tale che fu in grado, nel passato, di garantire loro una discreta autonomia essendo dotate, per esempio, di forno comunitario e di sorgenti proprie. pra1.jpg

La storia di Prà si identifica, a grandi linee, con quella del capoluogo.
L' 8 marzo 1699, nei tragici momenti conclusivi della Guerra del Sale, il concentrico e numerosi cascinali dei dintorni vennero bruciati e distrutti dalle truppe sabaude; di triste memoria il grande roccione che sovrasta l''abitato chiamato ancora oggi "Rocca dei morti", proprio in ricordo di una funesta battaglia.

La strada provinciale, che inizia presso Torre Mondovì diretta alla frazione Fontane, raggiunta Corsaglia viaggia sulla destra orografica del torrente per un paio di chilometri fino ad un bivio; a sinistra si stacca una stretta rotabile asfaltata che con alcuni tornanti fra boschi di castagni raggiunge Pra' di Roburent (5 km da Corsaglia), situata in panoramica posizione. piazzapra_1.gif

La strada alternativa per giungere a Prà é quella sterrata che da Sangiacomo (circa 7 km) percorre a mezza costa i versanti dell'Alpet, passando dai Vernagli dove si trova il rifugio "La Maddalena", nei pressi della cappella omonima, per giungere all'abitato di Pra' dall'alto. Il rustico porticato che affianca la piazzetta del paese dove sorge la chiesa é stato, in questi ultimi anni, completamente affrescato dai migliori artisti del monregalese.



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Montaldo

Un comune ricco di storia
Situato ad un'altitudine di m 796 sullo spartiacque tra la valle Roburentello e la valle Corsaglia, Montaldo vanta una storia molto antica.

Montaldo.jpgLa scoperta di massi con incisioni coppelliformi e di altri resti preistorici venuti alla luce in località "Castello", durante scavi archeologici effettuati negli anni ottanta, hanno dato conferma all’ipotesi che la zona fosse abitata già nel periodo neolitico. E'' certo comunque che il centro fosse abitato in epoca romana, come è dimostrato dalla scoperta di due lapidi, ora murate nella cappella di San Rocco. La prima notizia certa del nome "Montaldo" è del 1041, quando, in un diploma di Arrigo III, si cita il Romitorio di Sant''Ambrogio detto di Montaldo. Il paese fu il vero e proprio epicentro, alla fine del XVII secolo, della "Guerra del sale". In particolare, negli ultimi giorni del giugno 1681, fu combattuta tra i valligiani insorti e le truppe sabaude quella che venne chiamata proprio la "battaglia di Montaldo". Dopo accaniti combattimenti le truppe del Duca di Savoia riuscirono ad entrare nel paese, incendiandolo e saccheggiandolo, pagando però a caro prezzo tale impresa. Attaccato ripetutamente durante il ritorno a Mondovì, l’esercito piemontese, subì infatti gravi perdite. Peggiore ancora fu la repressione nel 1699, atto conclusivo della "Guerra del sale".
Le truppe sabaude, al comando del generale Des Hayes, nel marzo di quell''anno, dopo aver sconfitto gli insorti al Bricchetto, tra Mondovì e Vicoforte, mossero verso Montaldo. Nonostante la resistenza degli abitanti, il villaggio fu nuovamente preso e saccheggiato: otto borgate su nove vennero incendiate, furono impiccate 49 persone e 450 famiglie furono deportate nel Vercellese. Furono inoltre abbattuti, nei mesi seguenti, i boschi di castagno dei dintorni, per evitare che potessero offrire rifugio ad eventuali rivoltosi ed offrire reddito alle famiglie. Le frazioni di Montaldo sono Sant’Anna Collarea e Corsagliola. Un tempo fiorente per la villeggiatura, il paese ha spostato ora le sue principali potenzialità turistiche verso Sant’Anna il cui abitato forma continuità con quello di Sangiacomo. Da vedere l’area archeologica nella zona Castello, la bella parrocchiale dell’Assunta, la borgata Roà Marenca.

S.Anna collarea1.jpgSant’Anna Collarea (fraz. di Montaldo)
Frazione di Montaldo, Sant’Anna si trova più a monte del capoluogo ed è andata sviluppandosi fino ad unirsi con l’abitato di Sangiacomo di Roburent. Il luogo, un tempo principalmente borgo agricolo, ha conosciuto un notevole incremento edilizio e, di conseguenza, un buon sviluppo dal punto di vista turistico dovuto soprattutto alla grande quantità di persone attratte dalle attività invernali che si svolgono a Sangiacomo. Il paese ha sviluppato anche una propria attività turistica, dotandosi di locali pubblici, di ristoranti e di infrastrutture sportive legate al tennis, in estate, ed al pattinaggio su ghiaccio, in inverno. È imminente anche l’apertura di un nuovissimo campo da golf a nove buche. La chiesa parrocchiale, dedicata a Sant’Anna, apre la propria facciata sulla piazzetta del paese; poco distante vi è la struttura sportiva pubblica, ed il centro è sede di una associazione turistica attiva e vivace. Numerose sono le feste che si tengono in paese, pittoresca soprattutto quella estiva che si svolge nelle vicinanze della cappella di San Salvatore, presso la grande dolina carsica omonima che conferisce al luogo una grande suggestività.



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Pamparato

e le sue frazioni
Pamparato, principale centro della Valle Casotto, sorge ad 816 m su un costone a poca distanza dal fondovalle, sulla destra orografica del torrente che qui scorre.

ponte_romano.gifFanno parte del comune le frazioni Serra e Valcasotto. Di origine antica, (sono state trovate nei paraggi alcune lapidi romane), il paese è citato per la prima volta in un atto del 911 nel quale si precisano i suoi confini. Pare che abbia subito le scorrerie dei Saraceni, (e ne sarebbe testimonianza il fatto che sono rimaste abbondanti tracce in leggende e parole del dialetto locale) fino alla loro cacciata dalla zona, avvenuta verso il 975. Dominio del marchesato di Ceva fino al 1214, il paese seppe conquistarsi una sua autonomia fino a reggersi come comune ed a redigere, nel 1391, gli Statuti. Nel 1535 entrò a far parte dei domini dei Savoia. Pamparato ha un passato importante, è stato infatti a lungo, capoluogo di mandamento e sede di importanti commerci con la pianura, con l’entroterra ligure e con le città della costa. Del più antico castello non restano che pochi ruderi arroccati su un altura che sovrasta il paese, mentre il nuovo castello “Cordero di Montezemolo”, (XVII secolo) attualmente sede del Comune sorge al centro del paese su una piccola altura ed è in ottimo stato. Bella la chiesa parrocchiale di San Biagio, edificata su disegno del noto architetto fossanese Giovenale Boetto nella metà del XVII secolo e notevoli alcune cappelle, fra le quali spicca quella di San Bernardo che contiene preziosi affreschi.


Serra (fraz. di Pamparato)
Serra.gifFrazione di Pamparato, Serra sorge sul costone che divide la valle del Casotto da quella del Roburentello, adagiata sull’estremo lembo settentrionale delle falde del monte Alpet. Il paese è situato all’incrocio fra le strade che conducono a Torre, a Roburent, a Sangiacomo ed a Pamparato ed è sede di una vitale attività turistica, agevolata dalla presenza di una natura molto rigogliosa ma anche dalla vicinanza della seggiovia che porta sul Monte Alpet. Una bella chiesa, dedicata alla SS.Maria, si trova nel concentrico principale, ma il paese si allunga parecchio oltre, seguendo l’andamento della provinciale. Un tempo piccolo borgo agricolo, Serra ha avuto un discreto sviluppo edilizio ed oggi alcuni esercizi commerciali e ristoranti consentono un buon soggiorno a chi intende trascorrere qui un periodo di vacanza. Da non perdere è il “Museo degli usi e costumi della gente di montagna”, che si trova in un vecchio palazzo poco distante dalla chiesa. Si tratta di un bell’esempio di museo etnografico e contiene raccolte di attrezzi del lavoro contadino, nonché la ricostruzione di alcuni locali tipici quali la camera da letto, la cucina, la scuola, la sala del telaio. Poco lontani di qui la borgata Arotte ed il santuario dell’ Assunta immerso nel fitto della vegetazione


Valcasotto (fraz. di Pamparato)
castcas.jpgValcasotto, frazione di Pamparato, ha conservato intatta nel tempo la propria fisionomia di villaggio alpino. Punto di passaggio, già in epoca molto antica, sulla direttrice “Pianura Monregalese - costa Ligure”, deve probabilmente la propria origine all’antichissimo insediamento monastico che sorse intorno al mille poco lontano, dove nacque la fiorente Certosa di Casotto. Qualcuno vuole ascrivere l’origine del nome ad una fase iniziale del villaggio in cui le poche case (case-otto, appunto) avrebbe determinato la definizione toponomastica del luogo, ma tale interpretazione ha più un sapore romantico che non storico. La Vallis Casolarum, nome con cui viene anticamente indicato il luogo selvaggio dove si insediano i primi anacoreti che daranno origine al convento certosino, offre forse uno spunto più solido sia sulle origini, che sul nome del paese. Il pendio, che scende ripido verso il torrente Casotto, appare ancora oggi abbondantemente terrazzato a riprova di una antica cultura agricola che il centro possedeva, divulgata proprio da quei frati che per secoli abitarono la zona. Valcasotto.gifNumerose borgate sorgono intorno al concentrico ed ognuna merita una piacevole passeggiata, mentre la parrocchiale (dedicata a San Luigi) ed una parte del concentrico principale sono collocati su un poggio sopraelevato. Il concentrico vanta una bella chiesa dove si conserva un’antichissima lampada un tempo mantenuta accesa presso la tomba del Beato Guglielmo, presso la Correria del convento certosino. Ma qui sorge anche un piccolo paradiso per i buongustai: infatti c’è la sede di una nota affinatura di formaggi dove, all’interno di speciali “cavò” i tipici impasti del “Raschera”, del “Testun”, del “Bruss” e della “Sola”, insieme ad altri noti formaggi, giungono all’ideale maturazione per essere poi immessi sul mercato. La stagionatura possiede, per la fortuna di chi passa per questo luogo, anche un punto di vendita al pubblico. A poca distanza, da vedere, la Certosa oggi diventata "Castello di Casotto", con vicino l’antico quartiere della Correria. Valcasotto ha legato in modo indissolubile il proprio nome all’epoca della Guerra di Liberazione; vi si costituì, infatti il “Primo Gruppo Divisioni Alpine” al seguito di una riunione alla quale parteciparono i più alti vertici dell’organizzazione partigiana. Qui si tenne, nella primavera del ’44, una sanguinosa e cruenta battaglia.



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L'associazione culturale Savin è stata costituita "ex novo" nella forma attuale, nel giugno del 2006, anche se la prima costituzione del "Gruppo culturale Savin" che la precedeva risale all'anno 1981. Da allora l'Associazione persegue lo scopo di valorizzare, diffondere e sostenere la cultura sotto svariate forme, promuovendo mostre, incontri, convegni, pubblicazioni, film e dibattiti.



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