L'Abete Rosso Modificato il 24/06/2011 | Autore: Admin Originario dell’Europa centrale ed orientale, nonché dell’Asia dell’est, è questo il vero albero di Natale.

abete_rosso.jpgPuò raggiungere i 40 o 50 metri d’altezza, molto longevo. La sua chioma è molto regolare e di forma conica con punta acuta, rami più o meno allo stesso livello, spesso rivolti verso l’alto all’estremità. I rigidi e acuti aghi, lunghi un paio di centimetri, sono verdi chiari appena nati, per diventare presto di un verde molto scuro; giacciono mezzo appiattiti contro il ramo che, ad eccezione di una piccola zona prossima alla base, ricoprono interamente. Quando cadono lasciano un caratteristico picciolo. La corteccia ha una sfumatura rossastra ed è rugosa e sottile, piuttosto screpolata. Le pigne, lunghe spesso oltre i venti centimetri, sono cilindriche e riverse sempre verso il basso. Maturano in ottobre disperdendo i loro semi alati, per poi cadere al suolo in seguito nella stagione fredda. Predilige terreni acidi, ma sopravvive quasi ovunque, temendo solo l’eccessiva siccità e, a causa dell’apparato radicale superficiale, il vento molto forte. I fiori maschili sono gialli raggruppati all’estremità dei rami della stagione precedente; quelli femminili, piuttosto rossastri, sono nella parte superiore della chioma.
L’accorciarsi delle giornate, il freddo, la scarsezza del cibo e il sole sempre più basso sull’orizzonte, rappresentavano per i nostri antenati un qualcosa di misterioso e di spaventoso. Il giorno dell’anno in cui dì e notte si equivalevano e il sole tornava a prolungarsi nel cielo era vissuto come un momento di gioia e festeggiato addobbando di doni rituali al dio Sole una betulla. Da due millenni festeggiamo il Natale quattro giorni dopo il solstizio d’inverno, addobbiamo anziché una betulla l’abete, ricordo di quando agli albori del cristianesimo in Europa si usava appendere sulle porte di casa un ramo di pino sempreverde a ricordare la promessa della vita che resiste anche nei momenti più duri e che comunque trova sempre una strada, addobbandolo di noci, nocciole, mele e quant’altro lo rendesse più allegro e portatore di buon augurio e futuro benessere. E infatti l’abete porta con sé una serie di sostanze naturali che l’uomo ha imparato ad usare e che ancora oggi, malgrado l’uso di sostanze sintetiche che possono facilmente sostituirle sono correntemente utilizzate.
La corteccia, oltre ad essere utilizzata ancora nella paciamatura di giardini e frutteti, è ricca di tannini che sono stati ampiamente impiegati nella concia dei pellami. Ampiamente usata in vari modi l’essenza chiamata trementina, impiegata come solvente, ma che la farmacopea medioevale non disdegnava di prescrivere, fortunatamente solo per uso esterno, sottoforma di cataplasmi, chiamandola giustamente “aqua ardens”. La resina era indicata contro reumatismi vari, la sciatica e contro i parassiti intestinali. Senza dimenticare i benefici che si ricavavano nelle bronchiti, nelle polmoniti e in generale nelle affezioni delle prime vie aeree. Ancora nell’Ottocento molti medici la prescrivevano per lenire i sintomi della tubercolosi. Lavorata con la cera d’api, diventava un toccasana universale.
Per quanto nell’immaginario collettivo sia un’essenza strettamente legata all’ambiente alpino, presso gli antichi Greci era sacra a Poseidone, il dio del mare. Forse perché i suoi fusti, alti e dritti, erano ideali nella costruzione delle alberature delle navi.
Ancora trova uso nella fabbricazione di strumenti musicali e di mobili di pregio
Umberta Riboldi




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